“La scoperta d’un piatto nuovo è più preziosa per il genere umano che la scoperta di una nuova stella”, scriveva Brillat-Savarin. È la frase che accompagna la pagina dedicata a gli Chef dell’Architettura del Gusto, ed è anche la migliore sintesi del loro mestiere: inventare, e poi rendere l’invenzione condivisibile.
Semplificare senza tradire
Il passaggio più delicato non è creare la ricetta, ma tradurla. Un piatto nato in una cucina professionale dà per scontati tempi, strumenti e gesti che a casa non ci sono. Il lavoro degli Chef dell’Architettura del Gusto consiste nel togliere tutto ciò che è superfluo alla riuscita, senza togliere nulla al risultato: ricette “di facile esecuzione e di sicuro successo”, come recita la promessa, ma che restano ricette d’autore.
Lo stile e la tradizione
Non tutti gli Chef arrivano dallo stesso mondo, ed è un bene. Da una parte c’è lo stile e innovazione di cuochi come Fabio Barbaglini, formatosi all’Antica Osteria del Ponte, tre stelle Michelin; dall’altra ci sono i sapori della tradizione, la cucina di territorio e di famiglia. Due grammatiche diverse che, messe in scatola, raccontano l’Italia da due angolazioni complementari.
La ricetta come atto di fiducia
Consegnare la propria ricetta a uno sconosciuto, perché la rifaccia in cucina, è un piccolo atto di fiducia. Lo Chef mette le dosi esatte, i segreti dell’impiattamento, il vino giusto — e si fida che chi apre la scatola abbia voglia di fare sul serio. È una forma di generosità professionale che vale la pena riconoscere.
Volete conoscere chi c’è dietro le confezioni? Le biografie complete sono nella sezione Gli Chef: storie di cucine, di territori e di palati.